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Il sole riscaldava il paesaggio della Brianza; nel parco vicino alla scuola i bambini correvano e saltavano felici. Gli lanciò un rapido sguardo; Mirco non aveva tempo per fare baldoria. Incombeva la madre di tutte le battaglie:gli orali. Il subbuglio davanti alla scuola gli parve aumentato di molto; stimò la presenza di diverse centinaia di persone, forse cinquecento studenti. Il cortile davanti al Lazzaretti traboccava, faticava a contenere quella moltitudine di anime. Mirco ricaricò le pile, soprattutto ripassando il programma di economia aziendale. La Vincoso aveva sempre insistito sulla imprendiscibilità di quella materia, se si voleva diventare dei buoni ragionieri.
Scorse, tra la folla,Francesco; lo salutò. Il compagno di classe era meno agitato di lui; probabilmente dopo gli scritti si sentiva sollevato. Se solo avesse saputo che Mirco, volontariamente, gli aveva passato almeno un terzo del compito di francese errato...
All'improvviso Pezzenti sentì una pacca sulle spalle, e odore di vino:"Uella raga',come butta? Sono Marco da Piacenza".
Mirco lo squadrò; quel ragazzo era la stranezza fatta persona. Capelli a spazzola, piercing al naso e all'orecchio sinistro. Il busto era griffato Yves Saint Laurent; sotto aveva un pantalone di una tuta da ginnastica Robe di Kappa. Le scarpe non erano identiche; una Puma violacea e una Geox bianca. Al posto dello zaino, una valigietta ventiquattrore.
"Piacere, Mirco."
"Con la mia Porsche ho fatto Piacenza-Como in un'ora, ho bruciato l'asfalto. Schumacher is nothing!"
"Ehm...complimenti."
"Stanotte ho preso una sbronza allucinante in disco, sono piombato a letto alle quattro. Ma ditemi,ditemi...come sono 'sti esami? Nella mia scuola c'era lezione una volta alla settimana, non so un cazzo!"
"Tranquillo, sono semplici" rispose Francesco.
"Cosmico, fratello!" e si diede alla macchia.
Prima di intraprendere il tour tra i professori, parlò con altri esaminandi. Una babele di esperienze,vite,linguaggi. Mirco scambiò parole con:un operaio della Fiat di Torino, una sciatrice (con presenze nella nazionale giovanile) trentina,alcuni disoccupati di Napoli. La scuola Lazzaretti aveva proseliti in tutta Italia, chissà perché.
"Mirco, ma quello non è Marco?"
"Sì." d'altronde con quel look eccentrico era impossibile non riconoscerlo, anche a distanza.
"Andiamo a sentirlo?"
"Ma..."
"Dai, che ci facciamo quattro risate. Così ti rilassi un po', sei teso come la corda di un violino. Rischi di spezzarti."
"Okay."
Il piacentino era alle prese con italiano. Una signora decadente verso i sessanta, gonfia e con un vecchio velo, starnutì vigorosamente. Prese un kleenex dalla borsetta, diede un'occhiata al cellulare e si sentì pronta alla sua missione. Osservò perplessa quel pittoresco giovane, e tirò indietro la sedia. Forse per via dell'effluvio di Marco, l'odore di vino non era scomparso del tutto.
Via allo show:
"Buongiorno".
"Ciao sorella; tutto rego?"
L'insegnante picchiettò la matita sulla cattedra, guardandolo come se fosse un alieno. Superato il trauma pose la domanda:
"Che argomento ha portato?"
"L'inno d'Italia."
"Eh?"
Francesco e Mirco si sganasciarono.
Marco proseguì come un bulldozer, senza freni:
"Papparapparappapa, papparapparapa".
"Ma..."
"Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta; dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa!"
"Vada via!"
"Di già? Sorella, hai l'eiaculazione precoce!"
"Fuoriii!!!"
Se non altro era stato abbastanza intonato, all'epoca del karaoke di Fiorello non avrebbe sfigurato.
Archiviata la parentesi patriottica e ripreso un briciolo di serietà, Mirco affrontò gli esami. Bene in italiano, un paio di svarioni nelle lingue, discreto in matematica ed economia aziendale. L'emozione era una gran brutta bestia da domare, tuttavia era soddisfatto. Era certo di un voto conclusivo tral sette e l'otto. Poteva rientrare nella sua agrodolce maison. Nell'attesa, dopo qualche giorno, di passare alla Conti per incassare la schedina vincente.
No, un momento; ci fu un appendice. Marco, ancora lui. Lo vide baldanzoso avvicinarsi al docente di economia aziendale. Mirco rischiava di perdere il pullman verso Como, ma la prospettiva di assistere ad una performance simile alla precedente era troppo allettante. Fu buon profeta:
"Ola!"
"Salve. Di cosa parliamo?"
"La fattura."
"L'ascolto."
"La fattura è quella cosa che, quella cosa che..."
"Sì?"
"Uhm...per farle capire, le faccio un esempio."
"Prego."
"Mettiamo che io rub...ehm,apro una ditta di abbigliamento. Lei viene da me, che cosa compra?"
"Non saprei."
"Scegli, arterio!"
"Un giubbotto."
"Vuole la fattura?"
"O lo scontrino..."
"Si spicci!"
"Va bene, voglio la fattura."
"Lei è stupido."
"Perché?"
"Così lo paga a prezzo pieno."
"Altrimenti?"
"Mi pagava il giubbotto in nero, così lei risparmiava e io non pagavo le tasse."
"Esca subito!"
Il futuro dell'Italia era in buone mani. E in teste sapienti.